26 September 2017

Centoborghi


Il progetto Centoborghi, fortemente sostenuto dalla provincia di Pesaro e Urbino, è volto a scovare i più bei tesori nascosti dell’entroterra pesarese. Carlo Bo, storico rettore dell’Università di Urbino, amava ripetere questa frase: “Ci sono paesi di cui non si può mai dire che si è finito di conoscerne l’anima”. Ed in effetti è proprio così: girovagando per il territorio pesarese, oltre ad ammirare paesaggi mozzafiato (con i colori della natura che si confondono tra loro, dando l’impressione che il tempo si sia fermato) si possono ammirare tanti paesi di origine medievale, molti dei quali recentemente ristrutturati, che con l’edizione della collana Centoborghi hanno trovato la visibilità che gli mancava, nascosti come sono nelle pieghe della provincia.

I borghi incantati della provincia di Pesaro e Urbino obbligano il turista ad abbandonare le strade più agevoli, per imboccare reticoli viari sinuosi e tormentati. I volumi sono stati pensati come alternativa ai capoluoghi comunali (Pesaro, Fano, Urbino, Fossombrone, Pergola, Cagli), e sono il frutto di una minuziosa e suggestiva ricerca nelle pieghe delle colline dell’Appennino pesarese. Questi minuscoli topoi sono narrati per frammenti e per suggestioni, spesso e volentieri senza entrare nella “grande storia” (da cui pure sono stati inevitabilmente lambiti), ma affidandosi ai segnali antropologici, artistici, immaginifici e ornamentali sopravvissuti ad un mondo che abbiamo perduto.

Passeremo in rassegna una serie di itinerari intitolati “Girovagando“, percorribili in bicicletta, sia per cicloamatori allenati che per turisti alle prese con le prime pedalate dopo un anno caratterizzato dalla routine casa-ufficio.

INTRODUZIONE ALL’OPERA

E’ un’operazione filosofica, in fondo, quella attivata dall’assessore ai beni storici, artistici ed archeologici della Provincia di Pesaro e Urbino Paolo Sorcinelli denominata “Centoborghi”. L’idea iniziale, il motore dell’iniziativa è scaturita dalla stessa volontà di Sorcinelli di imprimere e fermare, su carta, lo status dei microcosmi provinciali ossia ciò che resta, oggi, di borghetti di campagna, parrocchie rurali, torri, rocche abbandonate dal Cesano al Marecchia.

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“Alla ricerca dell’identità perduta” l’operazione Centoborghi si è spinta verso la mappatura di tutto ciò che di intatto ed antico resta, più o meno celato, nel territorio provinciale. Ma questa mappatura, in maniera del tutto innovativa, è andata oltre la facciata, l’estetica delle cose, addentrandosi all’interno dell’anima stessa dei luoghi. Ha guidato così, il peregrinare dall’entroterra alla costa per ombrose valli e strade bianche, la filosofia del “senso del luogo”. Se questo “movimento di conservazione dei beni culturali” chiamato “il senso del luogo”, riuscisse ad attecchire nell’animo dei cittadini della provincia, allora il rischio di perdere scorci suggestivi e antichi casali sarebbe del tutto fugato.

Il senso del luogo è una domanda che ci si è posti di fronte ad ogni borgo/castello/chiesa della provincia secondo un semplice principio mutuato dall’archeologia del paesaggio. L’uomo, nei secoli passati più di oggi, non poggiava mai a caso nel territorio le manifestazioni della sua presenza. I luoghi scelti per ospitare borghi, chiese e castelli rispondono ad un preciso senso e gli stessi manufatti architettonici sorti nel paesaggio hanno un loro senso. La mappatura si è così addentrata nella ricerca del senso di questi spazi, antropizzati e non, tentando di spiegare il perché della loro esistenza.

Molti dei luoghi presi in esame hanno oggi perso il loro originale senso (basti pensare ai castelli) e si trovano alla deriva in una modernità che non gli appartiene. Ulteriore scopo della mappatura è stata la volontà di reinventare un senso per luoghi che l’avevano irrimediabilmente perso e ciò si è concretizzato con numerosi finanziamenti erogati dall’assessorato ai beni storici per il recupero di edifici e strutture che potessero rivitalizzare nuovamente siti in difficoltà.

La mappatura è confluita in nove guide ai ‘Centoborghi provinciali’ (sei già edite, tre di prossima edizione nel mese di giugno, Metauro Edizioni) che insieme costituiscono un corposo ‘Atlante dei borghi della Provincia’. Per l’iniziativa ‘Vota il borgo più bello’ sono stati da queste estrapolati i quaranta luoghi ritenuti più significativi, nella filosofia del senso del luogo. Fa da padrone il Montefeltro, la sub-regione storica e culturale incastonata nel nord della provincia, con i suoi tredici borghi su quaranta e in particolare la valle del fiume Marecchia, che grazie alla sua monumentalità resta il principale biglietto da visita culturale della provincia di Pesaro e Urbino.

Dalla ‘lista dei quaranta’ sono stati volutamente esclusi i capoluoghi comunali. Troppo facile votare per San Leo o Gradara e Mondavio. Il senso del luogo, si è detto, va oltre la sfacciata apparenza delle cose per insinuarsi nel senso delle stesse, magari celato dietro la povertà dell’edilizia rurale, tra pollastri e tacchini che svolazzano sull’aia di un casolare. Questa lista spinge il lettore ad uscire dai tracciati turistici e culturali per addentrarsi in luoghi letteralmente sconosciuti, ma non per questo meno significativi degli altri.

Molti borghetti che si trovano elencati vanno ricercati, identificati nella carta della provincia, visitati e magari votati. La mappatura permette di andare oltre le sensazioni infuse da una bella vista, addentrandosi per le vie sterrate della ricerca del senso delle cose. Dai percorsi suggeriti dalle nove guide esce un gioco mentale, che unisce la spensieratezza della scampagnata all’impegno della comprensione.

Si immagini un territorio provinciale parecchio esteso, come quello di Pesaro e Urbino, composto da ben 67 comuni. Facendo una media di tre borghetti per comune vi sono almeno 201 borghi storici (per non parlare poi dei mulini, dei castelli etc.) che attendono una visita e l’attendono per non essere dimenticati, per essere riscoperti, capiti e, magari valorizzati, alla ricerca di un nuovo senso del luogo che permetterà di traghettare queste silenziose tracce dei secoli passati nel nuovo frenetico millennio.

SCOPRIAMO IL TERRITORIO
 
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Itinerari tratti da www.villatorraccia.it

ROCCHE E CASTELLI

È noto che l’introduzione, nelle tecniche di assedio, delle armi da fuoco impose dovunque una totale revisione dei sistemi di difesa delle città, castelli, rocche e luoghi fortificati. Nelle Marche, già prima della metà del secolo XV, la necessità di provvedere all’aggiornamento delle tante fortificazioni obsolete o fatiscenti di cui era costellato l’intero territorio, insieme con lo stato di belligeranza quasi perpetuo tra capitani di ventura e signorotti dei vari feudi, diede luogo ad un primo periodo di transizione nell’arte fortificatoria, tale da fare anche della provincia pesarese un autentico campo di sperimentazione dei migliori e più noti architetti militari del tempo.

Di tale spinta ammodernatrice i primi ad occuparsene furono i Malatesta (Sigismondo in particolare) avvalendosi dei suggerimenti di Filippo Brunelleschi e dell’esperienza di Matteo Nuti e Cristoforo Foschi, subito seguiti dal ramo pesarese degli Sforza e dai Montefeltro (e più tardi dai Della Rovere) che fecero a loro volta ricorso a Luciano Laurana, a Baccio Pontelli e soprattutto a Francesco di Giorgio Martini. Quanto venne allora delineandosi fu un vero e proprio doppio sistema di fortificazioni contrapposte, malatestiane e sforzesche lungo l’asse costiero, e montefeltresche verso l’entroterra, fino alla disfatta malatestiana del 1463. Un itinerario che intenda oggi condurre il visitatore alla riscoperta delle maggiori rocche e residenze fortificate del territorio montefeltresco non può pertanto escludere le altre fortificazioni (malatestiane e sforzesche) nate prima o contemporaneamente, nel medesimo clima di ricerca e sperimentazione dell’arte fortificatoria.

Cominciando l’itinerario dall’alto Montefeltro, non può essere anzitutto dimenticata la rocca di Sant’Agata Feltria, strategicamente posta al sommo del blocco calcareo detto “Sasso del Lupo” che domina il paese e che è stata la più lontana postazione militare del ducato montefeltresco sul versante appenninico settentrionale. Nota come Rocca Fregoso dal nome della famiglia genovese imparentata con i Montefeltro a cui la portò in dote Gentile, figlia del duca Federico, quando andò sposa ad Agostino Fregoso, più che una rocca in senso proprio è una residenza fortificata, caratteristica insita nell’originario impianto medievale a cui è da attribuirsi l’aspetto di unico blocco compatto a ridotte articolazioni, eccezion fatta per lo stretto torrione ottagono a base scarpata, posto a proteggere l’ingresso del fortilizio e lo spigolo meridionale dello stesso con i suoi beccatelli e piombatoi e le feritoie su livelli differenti per il tiro fiancheggiante e radente degli archibugi a cavalletto.

C’è poi la rocca di San Leo, la fortificazione forse più nota dell’intero ducato montefeltresco per la caratteristica forma dovuta alla sua eccezionale posizione naturale, tale da farla giudicare imprendibile. Di origini quasi certamente longobarde, così come si presenta oggi è il frutto dell’intervento operatovi intorno al 1470 da Francesco di Giorgio Martini. Vera e propria piazzaforte, costituita da due nuclei separati e ben distinti: il fronte, posto a difesa del settore nord-occidentale, e la fortezza, sita al sommo dello sperone di roccia di cui ricalca la forma a puntone. Il primo, interamente opera del Martini, costituito dalla lunga muraglia della cinta, stretta e conclusa dai due torrioni rotondi (il tutto scarpato, cordonato e concluso da un apparato a sporgere innestato su beccatelli con relativi piombatoi), il secondo, chiuso e spoglio, con la cella a pozzo dove terminò i suoi giorni (1795) il celebre Cagliostro: ciò che ha finito con l’aggiungere al fortilizio quell’alone di mistero che appassiona tanti visitatori.

L’itinerario può poi far tappa a Sassocorvaro, dominata dall’organica mole della Rocca Ubaldini, macchina bellica emblematica per il suo simbolismo antropomorfico e zoomorfico. Una costruzione che nell’ambito della produzione di Francesco di Giorgio Martini costituisce un prodotto sperimentale (1475), unico nel suo genere rispetto ai modelli successivi. Affascinante per il connubio dell’antica torre scarpata a pianta quadrata, inglobata entro le fasciature delle due torri circolari contrapposte, fra le quali emerge il puntone carenato, e per il versante opposto che si espande in forma circolare con l’appendice emergente del torricino di difesa della porta di accesso. Altro palazzo fortificato in piena area appenninica quello di Piandimeleto, già residenza dei conti Oliva, con lo sperone superstite della precedente fortezza e la massiccia torre quadrata sullo spigolo occidentale, insieme alle merlature ghibelline, ai beccatelli, alle caditoie e alle feritoie. Poco lontana dalla costa sorge invece la malatestiana (e poi sforzesca e roveresca) rocca di Gradara. Così come appaiono oggi (la rocca e il suo complesso fortificato con la doppia cinta di mura che racchiude il borgo) sono il risultato dei rifacimenti e restauri dovuti ad Alessandro Sforza (e più tardi al figlio Costanzo) quando ne entrò in possesso (1445) e venne ridotta l’altezza del mastio e quella delle altre torri per adeguare l’antica struttura all’impatto delle nuove tecniche d’assedio. Tecniche di cui tenne ben conto Luciano Laurana quando ricevette l’incarico dagli Sforza di progettare la Rocca Costanza di Pesaro, a pianta quadrilatera, con torrioni circolari scarpati agli angoli e cortine murarie di collegamento egualmente scarpate. Scarpatura tuttora ben evidenziata nella Rocca Malatestiana di Fano, anche se le vicende belliche dell’estate 1944 l’hanno privata dell’imponente torre di vedetta (il ‘Mastio’) posto all’estremità settentrionale della stessa, corrispondente ad uno dei vertici della cinta muraria urbana.

Di tutte le numerose rocche ruderizzate o distrutte dell’entroterra metaurense e cesanense, meritano un cenno quella di Fossombrone, di cui restano alla sommità del colle di Sant’Aldebrando le mura sbrecciate del recinto quadrangolare con torri poligonali agli angoli e l’imponente bastione carenato aggiunto da Francesco di Giorgio Martini intorno al 1470, e quella di Cagli che dominava l’abitato dall’alto del colle dove sorge oggi il convento dei Cappuccini, collegata a valle con il superstite Torrione scarpato a pianta ellittica, inserito un tempo nel circuito delle mura urbiche con il suo apparato di piombatoi e le varie feritoie per le artiglierie semiportatili.

Simile ad una nave con tanto di prua, va poi ricordata anche la superstite rocca di Frontone, allungata e distesa sopra le case dell’antico borgo con il caratteristico puntone triangolare scarpato, analogo a quello del ricordato forte di San Leo e il nudo fronte settentrionale con le aperture delle troniere ad ampiezza degradante. Ulteriore esempio della genialità di Francesco di Giorgio Martini, perduta ormai per sempre quella di Mondolfo, resta infine la rocca di Mondavio, progettata per Giovanni Della Rovere, genero del defunto duca Federico da Montefeltro di cui aveva sposato la figlia Gentile nel 1478. Originalissimo nella sua forma, domina sull’intero complesso il grande mastio poligonale in laterizio con il suo severo coronamento coperto munito di beccatelli e il felice movimento elicoidale delle sue alte facce scarpate, studiate per ridurre al minimo gli effetti dei colpi di bombarda. Sede oggi di un Museo di rievocazione storica e di un’interessante Armeria, è da considerare la tappa finale del nostro itinerario.

URBINO E IL MONTEFELTRO
 
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La città di Urbino (foto, 35 chilometri da Pesaro), capitale storica dell’omonimo ducato, è certo la meta primaria di ogni visitatore che si accinga a percorrere le strade della provincia pesarese. Con il suo monumentale Palazzo Ducale, che ospita al suo interno la splendida Galleria Nazionale delle Marche, con i numerosi tesori d’arte ospitati nelle sue belle chiese e conventi e ancora con la casa natale di Raffaello e con i vari palazzi patrizi disseminati lungo le sue caratteristiche strade e stradette, Urbino è città che lascia sorpresi e affascinati. Tutt’attorno l’incanto di un panorama fatto di colli e valloni, come nei dipinti dei grandi maestri del rinascimento che Urbino hanno conosciuto e amato al tempo dei Montefeltro o dei Della Rovere.

Un invito a percorrere le strade del territorio in direzione nord-ovest per raggiungere le terre del Montefeltro, patria dell’omonima famiglia, posto agli estremi confini settentrionali delle Marche, a contatto con la Romagna e la Toscana, dominato dalla cima appenninica del monte Carpegna (m.1415) e oltre, fino all’alta valle del Marecchia e al monte di Perticara (883 metri sul mare). Si prende da Urbino la strada che raggiunge la valle del Foglia per risalirla fino a Sassocorvaro (331 metri), posta a specchio del bacino artificiale del lago di Mercatale, sull’alto del suo colle dominato dalla mole poderosa della Rocca innalzata da Francesco di Giorgio Martini, nido dell’antica casata del nobile Ottaviano degli Ubaldini.

Da Sassocorvaro, sempre risalendo la valle del Foglia, si giunge a Lunano (297 metri), ai piedi del suo antico castello diroccato, per proseguire fino a Piandimeleto (320 metri), dominata ancora oggi dalla mole imponente del palazzo-fortezza dei conti Oliva con i suoi merli ghibellini e le sue feritoie e beccatelli, e giungere alla vicina Belforte all’Isauro (343 metri). Tornando poi indietro, dopo Piandimeleto, seguendo la strada che segue la valle del torrente Mutino, si passa per Frontino (530 metri), sentinella avanzata del Montefeltro a confine con la Massa Trabaria, dominata dai suggestivi tavolati rocciosi del Sasso Simone (1.204 metri) e del Simoncello (1.221 metri). Giunti al bivio di Caturchio, si sale fino all’abitato di Carpegna (784 metri), disteso ai piedi del monte omonimo e stretto attorno alla severa mole seicentesca del Palazzo dei Principi, tuttora abitato dai discendenti dell’antico casato dei Carpegna a cui l’imperatore Ottone I concesse il territorio in feudo nel lontano 962 e da cui discesero tre distinti rami, compreso quello di Montecopiolo da cui derivarono i conti di Montefeltro.

Dopo Carpegna, aggirando le pendici orientali del monte omonimo, la strada giunge a Pennabilli (570 metri), con l’abitato disteso sotto le due caratteristiche punte emergenti del Roccione e della Rupe, con i ruderi del castello malatestiano di Billi a ricordarci che il terzo ramo dei Carpegna, quello di Pietrarubbia, tenne questo luogo prima di passare a Verucchio e di dare origine alla famiglia dei Malatesta. Da Pennabilli si scende fino a raggiungere la valle del Marecchia e, proseguendo in direzione nord-est, si incontra il moderno agglomerato di Novafeltria (293 metri) da cui parte la strada che sale fino a Sant’Agata Feltria, estremo baluardo dell’antico ducato d’Urbino verso la Romagna, posto a ridosso del nudo roccione su cui si erge la mole possente della Rocca Fregoso.

Sulla via del ritorno, si raggiunge nuovamente Novafeltria per risalire la strada della valmarecchia fino al bivio per Maiolo (590 metri), visibile da distanza per la presenza dell’alto colle a forma di cono su cui dominano le rovine dell’antica rocca distrutta da una rovinosa frana nella notte tra il 29 e 30 maggio dell’anno 1700. Proseguendo oltre per le terre del Montefeltro e passando per il bivio di Madonna Pugliano, si giunge a San Leo (589-639 metri), alta sul suo enorme masso a strapiombo sulla valle circostante, con l’antica, imprendibile fortezza alla sommità della rupe e le case e le splendide chiese medioevali sull’opposto versante. Tornando a Madonna di Pugliano e proseguendo in direzione di Villagrande, la nota stazione sciistica in comune di Montecopiolo (altra località munita un tempo da un forte castello), non si può non restare suggestionati dal fascino del luogo: la terra storica dove nacque la contea dei Montefeltro, punto di passaggio obbligato tra le valli del Marecchia e del Conca.

Raggiunta quest’ultima valle, si discende lungo la strada che segue il corso del fiume fino a giungere in vista di Monte Cerignone (536 metri), scenograficamente abbarbicato su uno sperone di roccia, con le sue pittoresche stradette lastricate che salgono fino al fabbricato dell’antica Rocca. Si riparte poi in direzione sud, fino a raggiungere, fra le colline che separano la valle del Conca da quella del Foglia, l’abitato di Macerata Feltria (321 metri), sorta in prossimità dell’antica Pitinum Pisaurense (là dove sorge oggi l’antica pieve di San Cassiano) e sul vicino colle a ridosso della valle del torrente Apsa, con il borgo fortificato, la torre e il Palazzo del Podestà trasformato in Museo. Anche questo un castello, uno dei tanti luoghi fortificati strappati da Federico da Montefeltro a Sigismondo Malatesti in quel 1463 che vide la completa disfatta del Signore di Rimini e il trionfo del futuro Duca di Urbino. Riprendendo la strada, si torna infine a Mercatale di Sassocorvaro, completando il lungo itinerario attraverso il Montefeltro.

LA VALLE DEL METAURO

Capolinea della valle del Metauro è Fano, l’antica Fanum Fortunae con il suo centro storico ricco di monumenti: dall’epoca romana al medioevo, dal periodo rinascimentale all’età barocca. A Fano, proveniente da Roma, la via Flaminia giungeva (e giunge ancora) al mare, oggi in parallelo con la moderna superstrada che consente un veloce tragitto alternativo fino a Fossombrone (25 chilometri) e oltre (bivio di Calmazzo), dove la stessa volge a nord-ovest per interrompersi in territorio urbinate e confluire nella strada statale che, seguendo l’alta valle del Metauro, giunge al passo appenninico di Bocca Trabaria (1.044 metri) per passare in Toscana e scendere a Sansepolcro.

A Calmazzo, quindi, il tragitto della superstrada si allontana da quello della Flaminia che, risalendo la valle del Candigliano, supera in galleria il passo del Furlo e prosegue in direzione di Acqualagna, Cagli e Cantiano per giungere a sua volta al passo della Scheggia (632 metri). Riprendendo il percorso da Fano, prima tappa del viaggio può essere la frazione di Calcinelli (13,4 chilometri) dove si incontra il quadrivio che consente di effettuare due suggestivi percorsi collinari fra i borghi e i castelli del basso Metauro. Il primo, corrispondente al versante settentrionale del fiume, conduce a Saltara (160 metri), grazioso paesotto dominato dall’imponente mole scarpata della cinta muraria che racchiude l’antico castello, per proseguire poi in salita, fra il verde delle viti e l’argento degli ulivi, fino a Cartoceto (235 metri) con il suo caratteristico nucleo di antiche case disposte a ventaglio sulle pendici del colle dominato dall’ottocentesca collegiata-santuario di S.Maria della Misericordia.

Proseguendo ancora in salita, si raggiunge a cavallo fra le valli del Metauro e del Foglia l’abitato di Mombaroccio (311 metri), interamente circondato dalle robuste mura quattrocentesche, per riprendere poi il percorso in senso inverso, non senza fare sosta presso l’antico convento del Beato Sante (393 metri), autentico scrigno d’arte, tutto circondato da un bel bosco di querce, lecci, roveri e castagni. Rientrati a Calcinelli, si affronta il secondo percorso collinare, quello corrispondente al versante meridionale del Metauro, superando il fiume sul lungo ponte stradale e salendo a Montemaggiore al Metauro (197 metri), vero e proprio balcone panoramico sulla bassa e media valle metaurense.

Si prosegue poi lungo la provinciale che sale e scende lungo i crinali dei colli che separano la valle del Metauro da quella del Cesano e, passando per Piagge e San Giorgio di Pesaro (antichi castelli entrambi con relative cinte murate), si raggiunge l’abitato di Orciano di Pesaro (249 metri). Ben visibile quest’ultimo da lontano, con l’alto campanile e la torre del castello al cui interno è opportuno far tappa per visitare la splendida chiesa rinascimentale di S. Maria Nuova, opera di Baccio Pontelli. Da Orciano si può rientrare a Calcinelli scendendo lungo la strada detta della Cavallara, non senza aver prima deviato fino a Barchi (319 metri) per osservare i suoi principali edifici d’epoca roveresca.

Ripreso il viaggio lungo la superstrada, altra inevitabile tappa è il centro storico di Fossombrone, stretto fra i contrafforti delle Cesane e il ripido versante del colle dei Cappuccini. Cittadina caratterizzata dal fitto digradare dei tetti da cui emergono i campanili delle chiese maggiori e le facciate dei palazzi più nobili, prima fra tutte la mole distesa della Corte Alta dei Montefeltro e, più in alto, oltre la medioevale Cittadella, la sommità del colle di Sant’Aldebrando con i ruderi della rocca malatestiano-feltresca. Lasciata Fossombrone e raggiunta Calmazzo, si prosegue fino a Canavaccio dove la superstrada si interrompe per immettersi nella vecchia strada statale che, fiancheggiata sulla destra dai ricordati rilievi collinari delle Cesane, raggiunge il bivio da cui inizia la salita (5,5 km) che porta ad Urbino.

Volgendo invece a sinistra lungo l’alta valle del Metauro si giunge prima a Fermignano, con la massiccia Torre delle Milizie, posta a protezione del pittoresco ponte a tre arcate sul fiume con la caratteristica cascatella a gradoni, per far poi tappa ad Urbania, l’antica Castel Durante (273 metri), graziosa cittadina ricca di monumenti, circondata per tre lati dal corso del Metauro e tutta cinta dalle antiche mura, lambite dal fiume, insieme con uno dei fronti del Palazzo Ducale, l’edificio dove finì i suoi giorni Francesco Maria II Della Rovere (1631). Urbania, dunque, con le sue numerose, belle chiese, compresa la Chiesa dei Morti con il suo macabro cimitero di mummie, e il cosiddetto Ponte dei Cocci sulle cui spallette i ceramisti lasciavano un tempo asciugare i vasi, piatti e scodelle modellati e dipinti nelle loro botteghe. Si tratta di uno dei territori dove un’antica tradizione vorrebbe sia stata combattuta la storica battaglia del Metauro (207 a.C.) che vide la sconfitta e la morte del cartaginese Asdrubale ad opera delle legioni romane di Claudio Nerone e Livio Salinatore.

Oltre Urbania, risalendo ancora la valle del Metauro, si incontra poi, arrampicato su un colle con bella vista panoramica sulla vallata, l’antico castello di Peglio (534 metri) e si giunge a S. Angelo in Vado, l’antica Tiphernum Mataurense (359 metri), altra graziosa cittadina a guardia dell’antico guado fluviale, con le sue chiese e palazzi e il trecentesco “Campanon”, la severa torre civica, alta sul sottostante coevo Palazzo della Ragione. Sant’Angelo in Vado, una delle patrie del tartufo, insieme con tutta la zona dell’alto Appennino pesarese. E verso l’Appennino si sale infatti giungendo a Mercatello sul Metauro (429 metri); un’altra cittadina con bei monumenti come la medioevale chiesa di S.Francesco con il “Cristo Crocefisso” di Giovanni da Rimini e il suo ricco Museo di tavole e polittici trecenteschi o come il maestoso Palazzo Gasparini, sede oggi del Municipio, sovrastato da un’elegante altana.

Ancora pochi chilometri e si conclude il percorso giungendo a Borgo Pace (449 metri), posta al centro della Massa Trabaria, la vasta zona appenninica da dove provenivano un tempo fino a Roma i tronchi d’albero (trabes) utilizzati per i tetti delle basiliche, fatti fluitare lungo il non lontano corso del Tevere. Qui il Metauro si divide nei due corsi del Meta e dell’Auro per raggiungere, oltre il confine con la provincia di Arezzo, le proprie sorgenti sull’Alpe della Luna.

LA VIA FLAMINIA

La storica via Flaminia, fatta aprire da Caio Flaminio nell’anno 202 a.C., costituisce oggi, soprattutto nel tratto che attraversa la provincia di Pesaro, un autentico unicum per la presenza di ponti, tagli nella roccia, gallerie, lastricati, sostruzioni, chiavicotti, cippi stradali e iscrizioni. Un complesso di resti archeologici di eccezionale rilevanza costituitosi attraverso i secoli col sovrapporsi di stratificazioni e di interventi costruttivi vari. Già nei pressi di Pontericcioli (a sud di Cantiano), lungo un tracciato diverso da quello attuale, emergono numerose strutture romane, compresa una monumentale sostruzione in pietra grigia e, poco più avanti, il cosiddetto Ponte Grosso, a due arcate, separate da un piccolo frangiacque. Un secondo monumentale Ponte Grosso, sempre in comune di Cantiano, consente ancora oggi alla Flaminia di superare agevolmente il Burano tramite due arcate larghe circa sette metri (23 piedi romani), con pilone centrale di m. 5,60 e frangiacque che ripete la struttura originaria di età augustea in pietra corniola, accuratamente tagliata in cave sul posto.

Ancora un altro ponte è il cosiddetto Ponte Mallio, situato nei pressi dell’antica Cale, l’attuale Cagli, destinato un tempo ad attraversare il torrente Bosso, prima della sua confluenza nel Burano. L’arcata centrale, costituita da 21 cunei e con un cordolo superiore aggettante, misura 11,66 metri (40 piedi romani), mentre la larghezza della sede stradale, con marciapiedi e parapetti, è di nove metri (30 piedi romani). Costruito alla fine dell’età repubblicana, è costituito da grossi blocchi in pietra grigia e in pietra corniola, usati con tecnica a secco in settori differenti a seconda dell’impatto con la corrente.

La stessa tecnica, ma con pietra del Furlo, risulta invece impiegata nel superstite viadotto esistente in comune di Acqualagna nei pressi dell’antica abbazia di San Vincenzo. Un viadotto di età repubblicana, rinforzato anteriormente da sei contrafforti quadrangolari, che aveva lo scopo di riparare la Flaminia dalle repentine e pericolose piene del Candigliano e che serviva inoltre, attraverso due chiavicotti, a far defluire le acque provenienti dalle pendici del Pietralata. Straordinarie poi le opere di ingegneria messe in opera per superare la gola del Furlo, cominciando dalle sostruzioni in blocchi ben squadrati con contrafforti rastremati che raggiungono circa 60 metri d’altezza, posti a sostegno della galleria più piccola, probabilmente realizzata sfruttando un passaggio naturale o una caverna. Al tempo di Vespasiano (anno 76 d.C.), come ricorda l’iscrizione ancora in loco, fu invece aperta la galleria maggiore, opera per quei tempi veramente ciclopica, con tutto un versante a valle munito di un’ininterrotta serie di muri di sostegno, oggi lambiti dalle acque del lago artificiale che blocca le acque del Candigliano, ma esattamente identificabili in tutta la loro altezza all’uscita della galleria dove è un sottile dente addossato alla parete di roccia.

Superati i confini comunali di Fermignano di cui fa parte la gola del Furlo, la Flaminia procede fino a Calmazzo, frazione di Fossombrone, dove è stato riportato in luce un interessante recinto funerario con due cippi posti a ricordo della famiglia Cissonia, un’area di circa 135 mq, delimitata da un cordolo in pietra su cui poggiava in origine una recinzione costituita da lastre calcaree sorrette a intervalli regolari da cippetti bugnati. Calmazzo fu in età romana un piccolo nucleo abitato (un vicus), sorto in connessione con il diverticulum già allora esistente fra la via Flaminia e la strada che risaliva l’alta valle del Metauro in direzione di Urbino (Urvinum Metaurense), dopo aver superato il ponte sul Metauro fatto erigere da Traiano nel 115 d.C., fatto restaurare da Federico da Montefeltro e andato purtroppo distrutto nel corso dell’ultima guerra (1944).

Procedendo in direzione della costa adriatica, la Flaminia, supera oggi il centro storico di Fossombrone, per raggiungere in località S.Martino del Piano l’area archeologica dell’antico Forum Sempronii, comunemente fatto risalire a Caio Sempronio Gracco che ne avrebbe fatto costruire il forum fra il 133 e il 126 a.C. e il cui nucleo cittadino era impostato su assi stradali ortogonali e paralleli alla Flaminia, ora rimessa in luce per un breve tratto. Poco distanti sono visibili i resti di una domus con impianto termale e un lungo tratto di basolato parallelo alla Flaminia. Altri reperti archeologici provenienti dalla stessa area sono invece esposti presso il Museo Civico della Corte Alta. Del piano stradale dell’antica Flaminia, con tracce formate dalle ruote dei carri, un ulteriore tratto è oggi visibile anche a Tavernelle di Serrungarina, località dove sono stati rinvenuti oggetti tipici di una stazione di sosta (vasellame, anfore, monete e una rara testa marmorea di Attis) e nei cui pressi è stato ipotizzato possa essersi svolta la famosa battaglia del Metauro in cui fu sconfitto e ucciso il cartaginese Asdrubale (207 a.C.).

Tappa fondamentale della Flaminia era ed è ancora Fano (Fanum Fortunae): centro abitato (forse un municipium) sorto attorno ad un antico tempio dedicato alla Fortuna e che più tardi l’imperatore Augusto fece trasformare nella Colonia Julia Fanestris. Qui la Flaminia raggiungeva il mare per proseguire poi verso Pesaro (Pisaurum) e terminare il suo percorso a Rimini (Ariminum). Fano conserva tuttora evidente l’antico reticolo viario urbano a cardi e decumani, con più di un tratto di basolato sepolto poco sotto il livello stradale attuale e con un efficiente sistema fognario risalente al periodo augusteo. Fra i monumenti superstiti spiccano l’imponente Porta di Augusto a tre fornici e i resti sotterranei di un grande edificio pubblico, forse la Basilica costruita su un lato del Foro da Vitruvio e dallo stesso dettagliatamente descritta nel suo “De Architectura” (o, in alternativa, il Tempio della Fortuna). Di notevole interesse, inoltre, il lungo tratto superstite in opus vittatum (oltre 500 metri) delle Mura Augustee, rafforzate da robusti torrioni cilindrici e con una porta minore a grossi stipiti di pietra arenaria.

Pregevoli infine i mosaici (alcuni ancora in sito), le statue, i busti, i cippi stradali, le iscrizioni e i corredi delle necropoli che fiancheggiavano la via Flaminia: reperti oggi conservati presso il Museo Civico del Palazzo Malatestiano. Anche della colonia romana di Pisaurum, fondata nel 184 a.C., resta parte dell’impianto urbano che si sviluppò lungo la via Flaminia, costituendone il cardo maggiore (via San Francesco-corso XI Settembre). Testimonianze archeologiche varie sono state ritrovate in tempi diversi, sia all’interno del centro storico che lungo l’antico tracciato che da Fano, prima con percorso collinare e solo più tardi con percorso rettilineo costiero, saliva dopo il fosso Sejore lungo il tracciato dell’attuale via panoramica del colle Ardizio, per scendere in direzione di Pesaro sull’asse dell’attuale quartiere di Monte Granaro. Lastre marmoree, cippi e reperti vari sono oggi esposti presso il ricco Museo Oliveriano di Palazzo Almerici. All’uscita settentrionale di Pesaro, superato un ponte sul fiume Foglia, là dove oggi distende il suo unico grande arco il cosiddetto Ponte Vecchio, la Flaminia affrontava (e ancora affronta) le ripide pendici del colle S.Bartolo per raggiungere in discesa Gabicce Mare, ultima tappa prima del confine con la Romagna, e proseguire fino a Rimini.

LA VALLE DEL CESANO
 
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Posta al confine meridionale dell’area provinciale, la valle del Cesano costituisce il naturale tracciato di collegamento fra la fascia costiera e le pendici appenniniche del monte Catria (1701 metri). Al suo sbocco troviamo Marotta, nota stazione balneare (13,6 chilometri da Fano), del comune di Mondolfo (5 chilometri, 114 metri sul mare), antico castello di origini medioevali che occupa la sommità di uno dei primi colli costituenti la dorsale che separa la valle del Cesano da quella del Metauro.

Lungo la strada statale che risale il fondovalle, si innestano le vie di accesso agli antichi castelli collinari – Castelvecchio (m.99) e Monte Porzio (m.110) – fino all’importante bivio di San Michele al Fiume, dove si incontra la provinciale che sale a Mondavio (3,4 km, 280 metri), tradizionale meta di gite scolastiche e visite turistiche per la sua splendida rocca Roveresca con relativo Museo di rievocazione storica e Armeria. Oltre il bivio, la statale Cesanense prosegue fino a giungere al bivio per il castello di Fratte Rosa (419 metri) e poi l’abitato di San Lorenzo in Campo (209 metri), importante centro vallivo, già sede di un’importante abbazia benedettina, situato ai margini della ricca area archeologica dell’antica Suasa Senonum, fondata dai Galli, sottomessa dai Romani e distrutta dai Goti di Alarico nel 409 d.C.

Ripresa la statale, si giunge all’importante centro artistico di Pergola (49,7 km, 265 metri) dove la strada si biforca per giungere ai piedi del monte Catria, volgendo a destra, Frontone (450 metri) e poi, alla confluenza del torrente Bosso con il Burano, Cagli (47 chilometri, 276 metri). Volgendo invece a sinistra, seguendo l’alto corso del Cesano, si giunge al borgo medioevale di Serra Sant’Abbondio (536 metri) per salire infine, fra boschi e pascoli verdeggianti, all’eremo camaldolese di Santa Croce di Fonte Avellana, meta ideale alle falde del Catria per riscoprire intatta tutta l’atmosfera di un remoto luogo di preghiera e meditazione e, contemporaneamente, di un’isola di studio e paziente travaglio di antichi monaci amanuensi.

COMINCIAMO A PEDALARE…
 
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GIROVAGANDO 1 – FANO-CAGLI

(60 chilometri)

Viaggiando da Fano verso Cagli, provenendo dal litorale, si percorre una via agevole che fende la piana del Metauro. All’altezza di Fossombrone le prime gallerie annunciano l’arrivo delle montagne, e salutano il paesaggio pianeggiante punteggiato dalle fabbriche che hanno fatto della bassa Val Metauro un’importante zona industriale della provincia. Inutile sottolineare che il Furlo va percorso per l’antico tratto della Flaminia. Superata Acqualagna, la strada Flaminia oltrepassa il ponte Mallio e cozza contro una città che è punto di passaggio tra Marche e Umbri: Cagli. Questa cittadina conta 7.000 anime e, nel circondario, si contano 52 ruderi di castelli.

GIROVAGANDO 2 – ACQUALAGNA-PIOBBICO

(30 chilometri)

Da Acqualagna si parte in direzione Piobbico: attenti a non sbagliare strada, perché la via alternativa può condurvi a Cagli. Lasciando la sede di partenza ed imboccando la suddetta direzione, si abbandona per un breve tratto la civiltà moderna. La strada che prima godeva di una buona vista sulla valle posta tra la gola del Furlo e quella del Burano ora diviene piccola piccola. Dopo chilometri pietrificati, ad un tratto compare Piobbico, o meglio, la parte moderna dell’abitato, poiché il castello Brancaleoni, inteso come nucleo di case circondato da mura, ancora non si mostra, per poi comparire sulla destra.

GIROVAGANDO 3 – PIOBBICO-APECCHIO

(15 chilometri)

Lasciando Piobbico, oasi di bellezza tra la roccia delle sue montagne, in direzione Apecchio la strada provinciale continua a fendere la valle del torrente Biscubio. E’ un paesaggio impervio quello che accompagna la via, schiacciato a terra dalla mole del Monte Nerone e della Carda Magna. Metro dopo metro ci si ritrova in boschi sperduti, dove i lupi ancora fanno capolino indisturbati, e cinghiali e daini convivono tranquilli. Apecchio è terra dell’estremo: oltre questa cittadina non c’è più nulla di marchigiano e si entra in un mondo fatto di montagne, valli e ancora boschi, culla di civiltà antiche come gli Umbri e i Piceni.

GIROVAGANDO 4 – CAGLI-FRONTONE

(15 chilometri)

La via più agevole per giungere a Frontone è quella che passa per Cagli. Superata la frazione di Acquaviva, la strada discende in una piccola valle che si stende ai piedi del Monte Catria. Si susseguono alcune curve, e ad un certo punto appare la frazione chiamata buonconsiglio, preludio all’abitato di Frontone, caratterizzato dal castello di origine medievale.

GIROVAGANDO 5 – FRONTONE-SERRA SANT’ABBONDIO

(10 chilometri)

Viaggiando verso Serra Sant’Abbondio e lasciata alle proprie spalle la cittadina di Frontone, compaiono davanti agli occhi due giganti: il monte Catria (1.701 metri sul livello del mare) e il monte Acuto (1.668 metri). Arrivati a Serra, compaiono le indicazioni per salire all’eremo di Fonte Avellana (foto) uno dei luoghi più mistici di tutte le Marche, patrimonio dell’Ordine dei monaci camaldolesi. Certo, per salire all’eremo occorrono buone gambe, visto che si tratta di una salita adatta a scalatori col gusto per la fatica.

GIROVAGANDO 6 – SAN LEO-MONTEMAGGIO

(20 chilometri)

San Leo, borgo dalla storia millenaria, si erge su una rupe a quasi 700 metri di quota. Salire fino al centro del paese non è cosa facile, perché si tratta per davvero di aggirare una montagna. San Leo nel Duecento è stata visitata da san Francesco d’Assisi, che lì tenne una celebre predica, ottenendo come segno di gratitudine e devozione il monte della Verna, concessogli dal locale conte Ugolino. Nei secoli successivi, San Leo fu teatro della prigionia di Cagliostro, il celebre sovversivo di cui tanto si è scritto e romanzato. Tornando ai nostri itinerari cicloturistici, inforchiamo la bici dal centro del capoluogo dell’Alta Valmarecchia, pedalando in discesa verso il convento di Sant’Igne (foto), costruito dai frati minori francescani negli anni successivi al passaggio di Francesco da San Leo. Dopo una breve sosta (per arrivare a Sant’Igne bisogna percorrere qualche centinaio di metri di strada sterrata) utile ad assaporare la bellezza del luogo, si rimonta in sella pedalando, ancora in discesa, in direzione Pietracuta. Quando ricomincia la pianura, si gira in direzione Montemaggio, altro borgo incantato e dimenticato dagli uomini, al confine tra Italia e San Marino. Per arrivarci, occorre pedalare per una ventina di chilometri su strade vallonate: si tratta complessivamente di un percorso vario ed impegnativo. Arrivati a Montemaggio, sosta finale davanti al convento, anch’esso costruito dai frati minori francescani e poi passato in gestione alla comunità “Mondo X” di padre Eligio Gelmini.

GIROVAGANDO 7 – PESARO-FIORENZUOLA-GRANAROLA-PESARO

(50 chilometri)

Partendo dal capoluogo, si imbocca la strada Panoramica (direzione Rimini), che tornante dopo tornante si inerpica sulle verdi colline che sovrastano la Vallugola. Dopo cinque chilometri non proprio facili, si entra nel piccolo abitato di Santa Marina Alta, un pugno di case con un panorama bellissimo sul mare Adriatico. Finalmente un po’ di discesa, che però dura appena il tempo di rifiatare. Si ricomincia a salire alla volta di Fiorenzuola di Focara, che da Santa Marina dista altri cinque chilometri. Fiorenzuola è uno dei cento borghi più belli della provincia, ed in passato è stata anche citata da Dante Alighieri nella Divina Commedia. A Fiorenzuola, circa 300 abitanti, vale la pena fermarsi a bere una bibita nel bar della piazza centrale, e per chi volesse, lasciando le bici per un momento, merita anche fare un giretto nel paese antico, dentro le mura. Una volta rimontati in sella, si prosegue alla volta di Casteldimezzo, fino a quando non si incontra la deviazione per la statale 16: attenzione perché si tratta di una discesa molto ripida, che porta appunto sulla SS16. Giunti a valle, seguire le indicazioni per Gradara, facendo attenzione ad una freccia che indica, a destra, la località di Granarola, un antico “castrum”, come dicevano i latini, che ha radici antichissime nel tempo. Qualche anno fa Granarola è stata al centro di uno studio archeologico, e a tutt’oggi rimane da visitare la chiesa, piccola ma intrisa di secoli di storia. Per giungere fino all’abitato di Granarola occorre avere buone gambe, visto che bisogna scavalcare uno strappo piuttosto impegnativo. Dopo una meritata sosta, si riprende la bici seguendo le indicazioni per la località Boncio, e da lì si rifà rotta per la strada statale 16, che conduce a Pesaro.

GIROVAGANDO 8 – PESARO-TREBBIO-GINESTRETO-SANT’ANGELO IN LIZZOLA-BOTTEGA-COLBORDOLO-MONTEFABBRI-URBINO-PESARO

(80 chilometri circa)

Partendo da Pesaro, magari nelle ore serali, quando il tramonto rende l’aria più fresca e gli scorci paesaggistici ancora più apprezzabili, attraversiamo il centro e la prima periferia della città adriatica, in direzione Santa Veneranda: da lì proseguiamo per Ponte Valle, Trebbio della Sconfitta, strada Querciabella, inerpicandoci per le rampe che conducono a Ginestreto. Visitato il borgo medievale di questa ridente località, in linea d’aria a metà strada tra Pesaro e Fano, essendo situata sulla cresta del monte, continuiamo ancora la nostra fatica in salita, arrivando al “gran premio della montagna” di Sant’Angelo in Lizzola (quasi 20 chilometri percorsi). Una rapida visita anche a questo paesello, e poi giù in discesa verso la frazione di Apsella, e poi, attraverso la strada dell’Abbadia di San Tommaso in Foglia (che custodisce una stupenda pieve romanica dell’XI secolo), arriviamo a Bottega di Colbordolo. Osservando i cartelli a bordo strada, si nota che non si tratta di una strada qualsiasi, bensì del “Viale Rossini&Raffaello” inaugurato dal presidente della Provincia di Pesaro e Urbino, Palmiro Ucchielli, il 18 maggio 2008. Da lì comincia una salita abbastanza impegnativa, già percorsa dai corridori del Giro d’Italia nell’edizione 2008. I tornanti si snodano uno dietro l’altro, e dopo circa cinque chilometri di ascesa arriviamo al borgo medievale di Colbordolo. Proseguendo, non prima di aver scattato una foto ricordo, giungiamo alla sommità del monte di Colbordolo (circa 35 chilometri percorsi), a quasi 400 metri di quota, e da lì continuiamo a percorrere il serpentone in asfalto che porta a Montefabbri. Qui non facciamoci scrupoli, appoggiamo la bici al muro e facciamo un giro per le strade ciottolate di questo borgo. Una volta ultimato il “tour” per Montefabbri, riprendiamo la bici proseguendo sulla stessa strada, in direzione Urbino. Arrivati nella città ducale (foto, quasi 50 chilometri “macinati”) dopo una decina di chilometri di saliscendi, posiamo il mezzo a due ruote per visitare il centro cittadino, e poi rituffiamoci in discesa attraversando Trasanni, Gallo di Petriano, Morciola, e via lungo la strada Montelabattese fino a Pesaro (foto dal monte delle Rive, lato Fano), dove arriveremo dopo circa 80 chilometri.

GIROVAGANDO 9 – PESARO-CARPEGNA-PESARO

(65 chilometri)

Negli itinerari cicloturistici proposti nella rubrica “Girovagando” non può mancare Carpegna, splendido centro montano posto a circa 700 metri sul livello del mare, distante circa 65 chilometri da Pesaro, proprio nel cuore del Montefeltro. Carpegna è raggiungibile in bicicletta partendo dal capoluogo, e pedalando lungo la strada Montelabattese fino a Bottega di Colbordolo. Da qui si seguono le indicazioni per Rio Salso, Borgo Massano e Casinina, primo centro del Montefeltro, e ancora per Mercatale, dove la strada comincia a salire, in direzione di Macerata Feltria, Ponte Cappuccini e, appunto, Carpegna. Un bel giro, certamente per cicloamatori allenati, che volendo potrebbero cimentarsi anche sulle rampe del mitico monte Cippo, la cui vetta è posta a circa 1.300 metri sul mare.

BIBLIOGRAFIA PER APPROFONDIRE

LA CONOSCENZA DEL TERRITORIO PESARESE

  • Daniele Sacco, La provincia dei Centoborghi (collana di 9 volumetti).
  • Mario Luni, Archeologia nelle Marche.
  • Archeo Provincia, Sulle tracce del passato: percorsi archeologici nella provincia di Pesaro e Urbino.
  • Cecilia Cassano, Barbara Piermattei, Il segno e il mito nei mosaici antichi della provincia di Pesaro e Urbino.
  • Barbara Piermattei, Keramos: la ceramica antica nella provincia di Pesaro e Urbino.
  • Ante Quem, Colombarone: la villa romana e la basilica paleocristiana di San Cristoforo ad Aquilam.
  • Valentino Valentini, Mestieri di ieri e di oggi nella provincia di Pesaro e Urbino.
  • Federica Tesini, Pesaro: guida storico-artistica.
  • Arcidiocesi di Pesaro, I mosaici del Duomo di Pesaro.
  • Luciana Miotto, Villa Imperiale di Pesaro.
  • Movimento francescano delle Marche, Il francescanesimo nelle Marche.
  • Armando Pierucci, Incontriamo Francesco nelle Marche.