MAXI REPORTAGE – SONO TORNATI GLI “EROI” DELLA VIA FRANCIGENA
17 novembre 2008 by Pierpaolo Bellucci · Scrivi un commento
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PESARO – Sono tornati da tredici giorni, e sta per cominciare la fase due del progetto “Via Francigena”, quella dell’organizzazione dei ricordi, in modo da mettere su carta l’esperienza maturata in 27 giorni di viaggio, da Canterbury (Inghilterra) a Roma. 2.300 chilometri irti di difficoltà, e senza pause: dalle colline inglesi, alle pianure francesi, fino alle montagne a cavallo tra Svizzera e Italia. La scalata del passo del Gran San Bernardo è stata certamente il momento più duro del viaggio.

Si pedala verso Canterbury…

La prima pietra della Via Francigena, a Canterbury

Francesco Barletta mostra fieramente l’attestato di “pellegrino lungo la Via Francigena”
“Lo chiamavamo il mostro”, dice ridendo Francesco Barletta, 24 anni, pesarese alle prese con la tesi di laurea in Promozione territoriale, da sostenere alla facoltà di Comunicazione pubblicitaria (Pesaro Studi). Adesso, spazio al racconto, dalla viva voce di Barletta, il quale si è fatto portavoce anche del suo compagno, Raffaele Antonino (foto sotto, ritratto durante una tappa in Svizzera), 26 anni originario di Trani ma residente per motivi di studio a Pesaro, che assieme a lui ha percorso l’intero tragitto.

Arrivati all’aeroporto di Londra, ci siamo dovuti districare, in bici, tra le strade londinesi. Non è stata facile. Ci siamo trovati a girare in bici per Londra, chiedendo indicazioni in inglese. In un giorno siamo arrivati, abbiamo fatto 40 chilometri, abbiamo preso il treno e, giunti a Canterbury, abbiamo trascorso la prima notte in tenda. Era l’8 ottobre. Il giorno seguente abbiamo cominciato il tragitto vero e proprio. Prima tappa: Dover.

Ci si è posto il problema di fare la doccia, dopo aver percorso 40 chilometri. Siamo riusciti a contrattare, con l’aiuto di un signore napoletano, il pernottamento nella hall di un albergo (più doccia calda) al modico prezzo di cinque pound. La mattina seguente traghetto per Calais, cittadina francese affacciata sulla Manica. E sono cominciate le prime difficoltà altimetriche. Le colline francesi sono state il primo scoglio da superare, non per la reale difficoltà tecnica, ma per la nostra scarsissima preparazione atletica. Infatti, non c’eravamo allenati prima di affrontare questa impresa. La terza tappa prevedeva l’arrivo a Auchy-au-bois: 75 chilometri, e non trovavamo da dormire. Siamo finiti in un piccolo albergo: infatti in Francia non c’è un pullulare di sacerdoti come in Italia. Ne abbiamo trovato uno ogni sei-sette villaggi, e quindi siamo stati costretti più di una volta a dormire in campeggi, ostelli o alberghi.

Iniziano i primi problemi tecnici: a Barletta si rompono più volte i raggi della bici, per via del troppo peso caricato. La quarta tappa arriva ad Arras dopo cinquanta chilometri. Ci teniamo a sottolineare lo stress che dovevamo sopportare ogni pomeriggio, dopo aver abbondantemente pedalato. Il nostro obiettivo primario, ogni giorno, erano mangiare, dormire, e fare una doccia calda. Sempre attenendosi allo spirito del pellegrinaggio: quindi, occhio all’essenziale, evitando alberghi e lussi. Da Arras siamo giunti a Peronne, e poi a Tergnier. A Saint Thierry trascorriamo una giornata importante per il nostro viaggio, pur nella sua semplicità: pedaliamo per 70 chilometri, e una volta arrivati, veniamo ospitati in un monastero di suore benedettine. Preghiamo e mangiamo con loro: una lauta cena a base di verdure e formaggi. Siamo già nella regione dello Champagne: infatti la prossima tappa saremo a Chalons-en-champagne. Percorsi incantevoli, con vigneti e strade disseminate di cantine. Le condizioni meteorologiche, però, sembra essere contro di noi: pioggia, vento e freddo. Arriviamo stremati, ma il giorno dopo ci facciamo forza e facciamo il record provvisorio di chilometri: 90, e traguardo a Brienne-le-chateau. In questa località, ci rivolgiamo all’ufficio del turismo, e sorprendentemente ci danno le chiavi di un appartamento. Infatti, questo villaggio è spesso indicato come luogo di partenza per i pellegrini diretti a Santiago di Compostela, e l’amministrazione offre particolari tutele ai prodi che passano di lì come pellegrini. Il giorno dopo, partiamo per Langres: un freddo incredibile, mani e piedi congelati, e fitta nebbia. Ma non per questo ci perdiamo d’animo, e percorriamo cento chilometri in otto ore. Langres è un borgo medievale arroccato su un colle e cinta da mura, nel centro della Francia.


La nostra giornata era scandita in questa maniera: sveglia alle sei e mezza, colazione abbondante, e verso le otto eravamo già in bici. Arrivo previsto a metà pomeriggio, e già alle otto di sera dormivamo. Una vita da atleti, quindi. Ancora, non conosciamo sosta, e facciamo rotta verso Besancon: tappa a Gray dopo settanta chilometri. E siamo consapevoli che da qui comincia il tratto più difficile, con le prime montagne. La pianura è terminata, ora siamo noi, la strada e il nostro obiettivo: la Svizzera e poi l’Italia. Siamo al 21 ottobre: eravamo a Canterbury tredici giorni fa, e adesso siamo quasi al confine con la Svizzera.

Tappa dura, quella che da Ornans conduce a Pontarlier. E il giorno dopo, a Orbe, cambia tutto. Il clima diventa più rigidi, ma l’ospitalità è molto migliore. I sacerdoti svizzeri sono molto disponibili nei nostri confronti. A Orbe giungiamo a Montreau, costeggiando il lago di Losanna. Fa veramente tanto freddo: al mattino quando partiamo sono cinque gradi circa. Sia a Orbe che a Montreau che a Orsieres (il paese da cui comincia la scalata al Gran San Bernardo) abbiamo un’ospitalità completa e gratuita.
Arrivati ai piedi della grande montagna, ci dicono che non possiamo salire fino al passo, perché è chiuso per via delle nevicate. Decidiamo ugualmente di scalarlo, anche perché il tunnel è percorribile solo in auto. Notte agitata, perché il San Bernardo ci spaventava. Appena svegli ci dirigiamo verso la canonica, dove facciamo colazione con tre sacerdoti. Comincia subito la salita, che diventa sempre più impegnativa. Dopo 25 chilometri di ascesa arriviamo al bivio che porta al tunnel o al San Bernardo. Prendiamo la seconda strada, e saranno i sette chilometri più duri di tutta la Via Francigena. Salita ripida, e il peso della bici era sempre più difficile da trasportare. Pensavamo di morire lungo il San Bernardo: più di una volta abbiamo messo piede a terra, per prendere fiato e poi ripartire.

Arrivati sul passo (foto sopra), abbiamo trovato un “hospital” per pellegrini. Ci hanno offerto formaggio e brodo caldo. Questo ci rinfranca tantissimo. Pensavamo che il peggio fosse finiti: avevamo un laghetto a pochi metri, e le montagne tutt’intorno. Il passo era chiuso, quindi non c’erano auto. Abbiamo dovuto scavalcare la sbarra, e poi, solo noi e la salita! Dopo esserci rifocillati, ci buttiamo in discesa verso Aosta: eravamo finalmente in Italia. Trenta chilometri e ci fermiamo nella chiesa di Sant’Orso, famoso luogo di culto del capoluogo della Valle d’Aosta. Dopo aver mangiato spesso riso, brodo, verdure e poco altro, ci concediamo una pizza.

Il giorno dopo colazione all’italiano: cappuccino e cornetto davanti all’Arco di Augusto di Aosta (foto), e facciamo rotta verso Ivrea, passando per il fantastico castello di Fenis. Passiamo anche per Saint-Vincent: a Ivrea trovare da dormire non è facile, visto che costa tutto tantissimo. Alla fine, troviamo un oratorio.
Dopo Ivrea, andiamo verso Mortara, e qui troviamo il nostro angelo custode: padre Nunzio, un frate cappuccino sulla settantina, che ci accoglie come figli, offrendoci, cena, doccia calda, pernottamento in un letto e prima colazione. Con padre Nunzio abbiamo modo di riflettere sul senso del nostro percorso, anche spirituale, e ci intratteniamo a parlare con lui per ore. La mattina dopo ripartiamo per Santa Cristina, frazione vicino a Pavia: questo luogo ci era stato indicato dallo stesso padre Nunzio, che aveva preso accordi con un sacerdote amico. Qui ci danno camera con letti e, come al solito, la tanto attesa doccia calda. La “testa” comincia a vacillare: il fisico è sempre più forte, pedaliamo a 25-26 chilometri orari di media, ma la concentrazione non è più quella dei primi giorni. Facciamo 110 chilometri, piove tutta la giornata, e ci troviamo a combattere contro fatica e intemperie. Passiamo per Piacenza, Fiorenzuola d’Arda e Fidenza, e qui ci dirigiamo verso gli Appennini, arrivando a Fornovo di Taro e a Sivizzano. Qui, dopo esserci riposati per una notte, saliamo fino a Berceto. Ancora: scaliamo il passo della Cisa, scendiamo a Pontremoli e arriviamo a Pietrasanta, in provincia di Massa-Carrara. Il contachilometri segna circa 2.000 chilometri.

Spesso ci accadeva che i vestiti, completamente bagnati, non si asciugassero. Doveva indossarli di nuovo, bagnati. Avevamo nello zaino i vestiti di ricambio, ma l’abbigliamento da bici era quello che era, e spesso si bagnavano anche le borse. Ma non ci è mai passato per la mente di fermarci per un giorno. Giunti in Toscana, la voglia di arrivare alla meta era sempre più grande: da Pietrasanta arriviamo a San Gimignano (dopo un centinaio di chilometri), in provincia di Siena, passando per Lucca e Altopascio.

Nella cittadina senese veniamo ospitati in un convento, e la mattina seguente, con un bel sole, ripartiamo passando per Siena (nella foto sopra, la piazza del Palio), dove pranziamo. Tutt’intorno il paesaggio è stupendo, con le colline senesi a fare da sfondo. Arriviamo a San Quirico d’Orcia, dove don Gianni ci accoglie a braccia aperte, offrendoci cena e pernottamento. Siamo a 200 chilometri da Roma. Manca poco, facciamo tappa a Viterbo, ma già la mente è a Roma.
Percorriamo la Cassia, e il 4 novembre entriamo nella capitale, arrivando in Vaticano, nella basilica di San Pietro. Siamo troppo stanchi e ci andiamo a riposare in un bed&breakfast. Il giorno dopo ci alziamo presto e andiamo ad ascoltare la classica “udienza del mercoledì” di papa Benedetto XVI. Ma incontriamo, prima di andare dal papa, monsignor Vercesi, che ci registra nell’albo dei pellegrini, ci consegna la pergamena, e con nostro stupore, ci permette di visitare fuori orario le grotte vaticane, benedicendoci davanti alla tomba di san Pietro.

Il 6 novembre abbiamo fatto ritorno a Pesaro con il treno, e siamo tornati al bar “Dalla Cira” dove lavoriamo entrambi: il pensiero ricorrente era alle strade, al vento, alla pioggia, alla gente che abbiamo incontrato e con cui ci siamo confrontati lungo i 2.300 chilometri del percorso. Prossimo obiettivo: Gerusalemme, anche se ancora è più un sogno scherzoso che un obiettivo vero e proprio. Ma, conoscendo Barletta e Antonino, sappiamo che presto faranno una foto, in bici, davanti al Muro del Pianto.
Il percorso e i chilometri (arrotondati) di ciascuna tappa
1) Canterbury-Dover 40 km
2) Dover (traghetto)-Calais-Guines 50 km
3) Guines-Auchy-au-bois 75 km
4) Auchy-au-bois-Arras 50 km
5) Arras-Peronne 40 km
6) Peronne-Tergnier 75 km
7) Tergnier-Saint-Thierry 70 km
8) Saint-Thierry-Chalonne-en-Champagne 70 km
9) Chalonne-Brienne-le-chateau 90 km
10) Brienne-Langres 100 km
11) Langres-Gray 60 km
12) Gray-Ornans 70 km
13) Ornans-Pontarlier 50 km
14) Pontarlier-Orbe 50 km
15) Orbe-Montreau 60 km
16) Montreau-Orsieres 65 km
17) Orsieres-Aosta 60 km
18) Aosta-Ivrea 80 km
19) Ivrea-Mortara (Vercelli) 90 km
20) Mortara-Santa Cristina (Pavia) 70 km
21) Santa Cristina-Sivizzano (Parma) 110 km
22) Sivizzano-Berceto (Parma) 37 km
23) Berceto-Pietrasanta (Massa) 101 km
24) Pietrasanta-San Gimignano (Siena) 108 km
25) San Gimignano-San Quirico d’Orcia 83 km
26) San Quirico d’Orcia (Siena)-Viterbo 103 km
27) Viterbo-Roma 100 km
