INCHIESTA – CICLISMO SI’ SCUOLA NO. MA CHISSA’ PER QUALE FUTURO…
14 agosto 2008 by Pierpaolo Bellucci · 5 Commenti
REDAZIONE – Il solleone di Ferragosto non frena le inchieste di Ciclo Press. Questa volta nel mirino sono i giovani corridori (ma soprattutto i loro genitori e i direttori sportivi) che lasciano la scuola credendosi già corridori arrivati. E’ un fenomeno che accade abbastanza spesso, per lo meno tra i corridori più quotati. E le Marche non sono esenti da questo “andazzo”. Il problema è che un ragazzino (perché tali sono…) che lascia la scuola in terza o quarta superiore, tenendosi in tasca solo il diploma di terza media, quale futuro potrà avere, in una società globalizzata e tecnologica come quella attuale? Poi capita di imbattersi in corridori che non sono capaci nemmeno di mandarti una mail con una loro foto in maglietta e calzoncini. E’ successo più volte.
Ma il dito va puntato contro i genitori, che permettono certe scelte scellerate ai propri figli, credendo che la bici possa davvero dargli da mangiare. Invece non sanno (o meglio, non vogliono sapere) che da lì a cinque anni, il ciclismo resterà solo un ricordo. Sono tante le cose che bisogna sapere, prima di immolare la propria vita al ciclismo: se non si ha la certezza di un futuro, è inutile puntare tutto su uno sport come questo, perché si rischia a 23-25 anni di vedersi negata la possibilità di passare professionista perché non si è accompagnati da uno sponsor compiacente. Per passare “di là”, come si dice in gergo, se non si hanno risultati eclatanti servono tra i 15 e i 40.000 euro. Tanti.
Ma andiamo a fare qualche conto in tasca ai giovani corridori. Da qualche anno è uscita la moda di pagare i ragazzi già da Juniores: cifre discrete, se si considera che un 17enne forte, ovvero con buoni trascorsi nella categoria Allievi, può ambire a guadagnare anche 400 euro, e senza fare troppi chilometri per trovare una squadra disponibile a certi rimborsi (o per meglio dire, stipendi). Chiaro, non tutti gli Juniores prendono certe cifre, ma solo quelli del giro che conta. Anzi. in alcune squadre si può ambire anche a qualcosa più di 500 euro. E se si va in Toscana, in alcune squadre i rimborsi fioccano: si superano anche i 1.000 euro, garantendo però, in tutti i casi, la massima serietà e dedizione al “mestiere” di corridore. E la scuola è la prima a saltare.
Salendo di categoria, tra i dilettanti i rimborsi si aggirano attorno ai 150 euro al primo anno, quando gli atleti sono condizionati dall’esame di Stato: si sale oltre i 200 al secondo anno, mentre al terzo si può ambire, se si ha già qualche risultato in carniere, ad incassare sui 500 euro mensili. I corridori forti, che garantiscono una certa regolarità, possono guardagnare dai 700 ai 1.000 euro, mentre i big, quelli che si annunciano come i campioni del domani, viaggiano attorno ai 2.000 euro.
E quando si arriva tra i professionisti? In alcuni casi si fa ciclismo solo per passione. E’ il caso di alcune squadre Continental, che ti permettono di correre, ma senza rimborso. Oppure, quando si firmano contratti al minimo sindacale, si portano a casa 37.500 euro lordi all’anno per le formazioni Continental, e qualcosa più per le Professional e le Pro Tour. Ma sono lordi, E la maggior parte dei corridori guadagna queste cifre vita natural durante: infatti sono pochi quelli che riescono a fare il “salto di qualità”. E alcuni poi rimangono incastrati nella rete del doping.
Ultimo capitolo: granfondo. I dilettanti o i professionisti che si vedono chiuse le porte dell’Olimpo del ciclismo (oppure che sono ripetutamente stati beccati ai controlli antidoping) possono gareggiare come granfondisti, aspirando a guadagnare tra i 1.000 e i 1.500 euro, con la contropartita di vincere spesso e, magari, dando anche spettacolo.
Il quadro è, in maniera sommaria, questo: a voi i commenti…

Dato che il mio articolo sul doping ha fatto molto discutere e magari, non a tutti è piaciuto…il sottoscritto ci tiene a precisare che con questa inchiesta non c’entra nulla. Comuque colgo l’occasione per rilasciare un mio personale parere sull’argomento. Per me nella vita bisogna fare tante scelte, ma l’importante è che ad ogni bivio, ognuno sia libero e deciso nel fare la sua scelta. Non importa se poi si rivelerà giusta o sbagliata. L’importante è essere decisi. Anche perchè in ogni scelta ci saranno sempre degli aspetti positivi e negativi. Se uno in giovane età se la sente di lasciare la scuola per dedicarsi completamente al ciclismo, è giusto che lo faccia. Se poi non gli andrà bene; pazienza, ha ancora tutta una vita per rifarsi. Almeno per tanti anni avrà prticato questo meraviglioso sport. Inoltre vorrei ricordare all’autore dell’articolo, che nella vita, non conta il titolo di studio che uno ha conseguito. Nella mia breve esperienza lavorativa, ho conosciuto persone che con la terza media danno “due giri” a qualunque ingegnere, dottore eccetera.
Chiarisco che Gattoni non c’entra nulla, in quanto l’inchiesta è stata fatta esclusivamente dal sottoscritto con dati accumulati in anni di presenza alle corse (per chi non lo sapesse, seguo il ciclismo dal 1994. Mi sono appassionmato dopo la vittoria di Berzin al Giro d’Italia). Concordo con Gattoni quando dice che nella vita non è fondamentale il titolo di studio, ma va considerato che stiamo parlando di ragazzi di 17-18 anni, quindi per forza di cose ancora immaturi: le scelte, per quanto ponderate, non sono fatte alla luce di una forte esperienza, ma più per lanciarsi verso il sogno della propria vita, lasciando quello che al momento è pesante e costringe al sacrificio. Ma il ciclismo, specie quello odierno (ma il discorso è estendibile a tutta la vita), è tutt’altro che un sogno, ed è questo che vorrei far capire con quest’inchiesta.
Come mi facevano giustamente notare alcune persone oggi al Gp Capodarco, va sottolineato che ci sono diversi ragazzi che non solo arrivano al diploma con buoni risultati, ma scelgono di abbinare la bici allo studio universitario, ritagliandosi il tempo per studiare nei ritiri e nei pomeriggi dopo l’allenamento. Due nomi nel mondo dei prof? Pozzovivo e Pinotti. Tre nomi tra i dilettanti della provincia di Pesaro? Matteo Belli, under 23 al primo anno che corre con la Vangi e studia Scienze motorie, Leopoldo Rocchetti, elite al primo anno che corre con la Scap e studia Ingegneria. E Luca Gattoni, secondo anno da under 23, compagno di Rocchetti e studente di Agronomia. Chiarisco, comunque, che la mia inchiesta non riguarda tutto il mondo del ciclismo, ma una parte. E comunque, nell’ambiente giornalistico si dice che le inchieste funzionano se portano ad un dibattito costruttivo, come in questo caso. Grazie a tutti quelli che sono intervenuti o vorranno intervenire sull’argomento.
Al contrario di molti di voi che seguono il ciclismo da tanto tempo, io mi sono avvicinato recentemente da quando mio figlio è entrato a far parte della Pesarese, quindi da profano non posso certo approfondire certi discorsi ma da genitore mi sento in dovere di scrivere qualcosa a riguardo dell’inchiesta. Sono ormai 4 anni che mio figlio porta a casa in continuazione coppe e trofei di vario genere prima da giovanissimo ora da esordiente e come spesso succede ci si monta un pò la testa anche noi genitori pensando a quale futuro glorioso ci sia lì davanti. Ad aiutarti ci sono anche alcuni “e specifico alcuni” direttori sportivi che ti prendono da parte e ti inbiancano gli occhi con carriere assicurate e soldi facili. Per quanto possono far piacere certe parole indirizzate a mio figlio, io ho sempre cercato di farlo restare coi piedi per terra cercando di fargli capire quanto possa essere importante anche lo studio, anche parallelamente allo sport, ha ancora 14 anni ma secondo me è importante fin d’ora che capisca che sarà dura qualsiasi cosa voglia fare e che aggirare gli ostacoli non è mai la scelta giusta. Ho sentito troppo spesso dire ” se tanto non hai voglia di studiare vai a lavorare”, io non lo concepisco, oggi servono strumenti maggiori rispetto a 30 anni fa per poter emergere e sopravvivere sia nel lavoro che nella vita e secondo me anche nello sport perchè chi si dopa per raggiungere un risultato di certo è stato abbituato ad usare le vie più facili e a volte siamo proprio noi genitori i primi responsabili.
Le parole di Dell’Onte sono esemplari, ma purtroppo mi trovo a constatare che non tutti i genitori riescono a mantenere questo distacco rispetto all’attività sportiva dei figli. Tanti vorrebbero che il figlio facesse quello che loro non sono riusciti a fare: è il caso di alcuni ex corridori dilettanti che, smessi i panni di corridore per vari motivi, scaricano sul figlio quella passione che gli è sempore rimasta, procurandogli soltanto un danno sportivo e umano. Speriamo che le parole di Dell’Onte servano a tanti per fare una seria riflessione.