10 February 2012

MOUNTAIN BIKE: VI PRESENTIAMO GIANFRANCO FOSCHI, L’INDIO DI PESARO

10 aprile 2008 by Pierpaolo Bellucci · Scrivi un commento 

PESARO – E’ un personaggio da «No limits world»: Gianfranco Foschi, 38enne pesarese, corre da 15 anni in mountain bike, e di chilometri ne ha macinati parecchi. Difficile quantificarli, visto che “Indio”, come viene soprannominato in gruppo, all’asfalto ha sempre preferito le mulattiere.


«Ho preferito l’avventura al ciclismo su strada – racconta Gianfranco, di professione operaio, sposato con un figlio – adoro scoprire luoghi incontaminati. Tante volte i miei allenamenti hanno ben poco di “pedalato”: piuttosto che uscire con il gruppo dei cicloamatori, parto da solo o con qualche amico, e mi dirigo verso i boschi e le colline dell’entroterra». Quando ti alleni? «Lavorando in fabbrica, esco il sabato e la domenica, mentre i giorni feriali cerco di fare due-tre uscite nel tardo pomeriggio, aiutandomi con i fanali». Quindi ti alleni di notte? «Per forza! Lavorando non riesco a fare altrimenti. Mi alleno a Fano in un circuito illuminato, e a volte faccio ripetute sulle colline nei dintorni di Pesaro. In tutto, un’ora e mezza in bici ogni volta». Dal punto di vista agonistico, Foschi si è tolto diverse soddisfazioni: «Ho concluso due “Prestigio”, l’iniziativa di Mtb Magazine che mette insieme le prove classiche del calendario nazionale di mountain bike. Nel 2007 ho concluso al settimo posto di categoria il Trofeo Frw, una challenge in sei prove. Quest’anno punto a migliorare questo piazzamento, e mi piacerebbe far bene nel campionato provinciale a punti». Dopo tanti cambi di casacca, Foschi nel 2008 ha deciso di allestire una «sua» squadra: assieme ai compagni d’allenamento più fidati, ha dato vita ai «Black Riders» (in italiano: corridori neri): «Questo nome mi piaceva: abbiamo pantaloncini e magliette nere, e all’agonismo preferiamo il divertimento e l’avventura». Una decina di atleti, che alternano le corse su strada (poche) allo sterrato (molto): «Ci piace anche l’escursionismo, ovvero il cicloturismo del fuoristrada. Del resto, fa parte della nostra filosofia: pedalare, stare insieme e, se possibile, fare una bella mangiata». Sono diversi anni che corri in mountain bike, quindi sei testimone dello sviluppo di questa disciplina. Cosa ricordi dei primi tempi? «Le prime gare erano qualcosa di folle: sapevamo di partire, ma non di arrivare. I percorsi erano molto più accidentati di adesso, e l’attrezzatura meno sofisticata. All’inizio partivamo in sei o sette, poi ogni anno il movimento è cresciuto». La gara simbolo della carriera di Foschi è stata l’Iron Bike, disputata un paio d’anni fa: si tratta di una competizione in sei tappe, che si svolge nel cuneese, a cavallo tra Italia e Francia. «Dieci ore in sella tutti i giorni, quattromila metri di dislivello, e alla sera, anziché il comfort di un albergo, una tenda, senza nemmeno delle docce adeguate». Una prova per uomini duri…«E’ il caso di dirlo. Siamo partiti in 140, e all’arrivo eravamo solo una quarantina. Mi ha accompagnato il mio amico Pierpaolo Agnoletti, in due è stato più facile superare le insidie del percorso». Hai praticato altri sport oltre al ciclismo? «Da ragazzo ho fatto otto anni di canottaggio, poi mi sono trovato a lavorare con Maurizio Umbri (ex dilettante degli anni Ottanta, ndr), e mi ha trasmesso l’amore per il ciclismo, che mi sono permesso di personalizzare». La famiglia ti sostiene? «Cerco di renderli partecipi della mia attività. Spesso me li porto dietro alle corse, abbinando week-end di vacanza con le gare più impegnative, quelle nel Nord Italia. Mio figlio, che adesso ha 15 anni, ha corso due anni da Giovanissimo, poi ha mollato. Si vede che non aveva la stessa passione del padre…».

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